Ian Brown e la sua camminata, oltre l'orizzonte.

 

Sentivo già gli applausi, le luci, le rotative e il mio nome che si incastrava a quello di Ian Brown. Lui vive di musica e giacche Adidas, faccia da teschio tossico che però si sponsorizzare da Adidas, il marchio sportivo, che evidentemente tiene conto delle storie fuori dal recinto. Quello sì, mi dicevo, è un brand coi coglioni. Il tripudio è quando scopro che Adolf Dassler, il fondatore tedesco, ha il coraggio di sponsorizzare Jesse Owens, il nero, sbattendolo in faccia ad Adolf Hitler: si sentiva la mia voce mentale, mentre mi dicevo che quello sì che è un imprenditore, non un invertebrato che guarda i foglietti e prende ordini dai test di prodotto o tutte quelle troiate del marketing contemporaneo che ho accettato, quando mi convenivano perché venivo pagato e non avevo il coraggio di scappare. Ma poi ci ha pensato la crisi e dopo due giorni ho l’intuizione: sono un reietto, dal punto di vista sociale, con la seria intenzione di rifarsi una vita differente, dalla precedente: un buon motivo per avere uno sponsor, come i due campioni outsider. Ho passato mesi bellissimi e intensi, nell’assoluta convinzione che sarei diventato “Il primo disoccupato, sponsorizzato da Adidas Originals”.

 

Delle volte guardo Ian Brown attraversare le vie in cui è cresciuto, indossa la sua giacca preferita, con le tre strisce ufficiali che volevo anch’io. C’è tanto orgoglio in quella camminata, un equilibrista che va oltre l'orizzonte. Lui è un campione di sopravvivenza, non posso che imparare da lui. Bisogna credere agli eroi, siamo liberi di sceglierceli e di coglierne la luce. Stellify: non so bene cosa voglia dire, però in qualche modo c’entrano le stelle.